Il Tribunale distrettuale di Amsterdam ha respinto la richiesta di Energy Transfer di archiviare la causa intentata da Greenpeace International. Questo significa che l'azienda non può più sottrarsi dall'affrontare il processo e rispondere delle proprie azioni.
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| © Verena Brüning / Greenpeace |
Come primo segno di assunzione di responsabilità, il tribunale ha ordinato a Energy Transfer di rimborsare le spese legali. È un ottima notizia ma non è la vittoria definitiva: è certamente il momento in cui chi usa il proprio potere per intimidire comincia a rendersi conto di poter essere fermato.
Da quasi un decennio, la grande compagnia petrolifera gestore dell'oleodotto ha intentato cause contro Greenpeace. Nel febbraio 2026, Energy Transfer ha ottenuto un risarcimento di 345 milioni di dollari da Greenpeace International e Greenpeace negli Stati Uniti nel tentativo di mettere a tacere la nostra rete.
L'ultima causa intimidatoria di Energy Transfer (il cui presidente è stato un grande finanziatore della campagna elettorale di Trump) è stato un palese tentativo di mettere a tacere la libertà di espressione, cancellare la leadership indigena del movimento di Standing Rock e punire la solidarietà e la resistenza pacifica contro la costruzione dell'oleodotto Dakota Access.
È stato un attacco diretto al diritto di protestare.
Quando Greenpeace ha appreso la notizia di quella causa, ha provato ciò che probabilmente avrebbe provato chiunque dotato di un minimo di sensibilità: indignazione e paura. Perché non si trattava di giustizia: era un tentativo di usare il potere economico per mettere a tacere chi denuncia l'industria dei combustibili fossili.
Le cause legali mosse contro Greenpeace non hanno a che fare con la giustizia: sono armi progettate appositamente per mettere a tacere il dissenso. E devono essere fermate: se un'azienda può usare i tribunali per intimidire le persone senza conseguenze, continuerà a farlo pur di difendere i propri interessi. E di mezzo non ci andrà solo Greenpeace, ma anche giornalisti, attivisti, manifestanti e chiunque sentirà il bisogno di esprimersi liberamente.
Energy Transfer non è la sola azienda a seguire questa linea d'azione: anche ENI sta perseguendo una strategia simile contro Greenpeace Italia, perché l'obiettivo è lo stesso: non la giustizia, ma il silenzio.
Le cose possono cambiare e vogliamo cambiarle: se le aziende sanno che saranno chiamate a rispondere delle loro azioni, ci penseranno due volte prima di minacciare. È esattamente questo il precedente che si sta creando.
(Tratto dalla newsletter di Simona Abbate, Campaigner Energia e Clima di Greenpeace Italia)

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